Non c’è dubbio che il legno sia il pavimento migliore che si possa avere nella nostra abitazione, la sensazione di calore e naturalezza è impagabile.
Doussié, teak, iroko, wengè erano le essenze in auge negli anni 90/primi2000.
Negli ultimi anni abbiamo assistito l’imporsi del rovere in tutte le salse:
commerciale, rustico, super rustico, stuccato nero o marrone, spazzolato, liscio, verniciato, oliato … Addirittura siamo arrivati a tavole di oltre 3 metri di lunghezza e 30 centimetri di larghezza.

Ma la storia insegna che è tutto ciclico. La conferma di questa tesi è il ritorno del parquet industriale.
Per i più giovani, me compreso, che siamo cresciuti con il “classico” prefinito, l’industriale rappresenta una sorta di novità.
in realtà, questo tipo di pavimentazione veniva usata molti anni fa.
Questo legno prende il nome da un antico uso che se ne faceva tempo fa. Infatti veniva impiegato per la pavimentazione di officine fabbriche e locali industriali, in quanto pavimento molto resistente.
L’industriale non è altro che legno di recupero compattato, che viene poi tagliato a forma di lamelle assemblate tra di loro per formare piccoli  blocchi rettangolari. Addirittura spesso queste lamelle sono tenute tra di loro con un semplice nastro adesivo che in fase di posa viene tolto.
Lo spessore, la struttura del parquet, la compattazione, l’andamento delle venature ne fanno un pavimento molto resistente agli urti e al calpestio.
Come sappiamo in un pavimento in legno comanda madre natura.
In questo caso dato che il legno è riciclato/recuperato ovviamente saranno presenti tracce di alburno, qualche nodino ed una stonalizzazione ampia che rende il prodotto unico.

 

Questo materiale come avrete capito è il concetto opposto del prefinito: dimensioni, finiture e posa in opera vanno in direzioni opposte.
Il prefinito è un legno che viene “costruito” direttamente in fabbrica, l’industriale è un materiale che si modella in opera.

Vediamo come.

Dimensioni: Lo spessore può andare da 10 a 20mm, la larghezza dai 150 ai 300mm, la lunghezza è variabile ma non dovrebbe andare oltre i 350mm. (volendo può tagliare a forma quadrata come si faceva in passato)

Posa: Adesso viene il bello. La posa di questo prodotto è affascinante ma duratura. La prima fase è l’incollaggio su sottofondo ovviamente asciutto con un’apposita colla. Ora bisogna far riposare il materiale circa 7/10 giorni. Passati questi, il palchettista dovrà levigare il pavimento
con la smerigliatrice non una ma ben 2 volte. Tra una levigata e l’altra il materiale viene “stuccato” con con la polverina creatasi dalla levigata additivata con un po di colla. Questo per chiudere eventuale piccoli fori rimasti tra le varie lamelle. Bisogna ricordarci che non ci sono incastri maschio-femmina o incastri “a click”, sono blocchetti di lamelle posati uno affianco all’altro.

Terza e ultima fase è la verniciatura con la vernice che scegliamo. Il consiglio che posso dare è di usare una vernice naturale che non alteri il sapore e l’aspetto del prodotto.

Per chi ama un sapore più vintage questi blocchetti di lamelle si possono far tagliare direttamente dal produttore con forma quadrata.
Questo per imitare proprio l’industriale quadrato che si usava una volta. Ovviamente in questo caso si ha un po’ di spreco di materiale e un aumento del costo proprio per il taglio su misura.

 

Per la pulizia di tutti i giorni basta un aspirapolvere e un panno umido per sporco e polvere. Per la manutenzione straordinaria, se si vuole fare dopo circa 10 anni, bisogna rilevigare il pavimento e riverniciarlo per ripristinarlo come fosse il primo giorno post posa.

La più grande qualità a mio modo di vedere di questo pavimento è la polivalenza: in un ipotetico mood board possiamo accostarci il sanitario opaco o il rubinetto in acciaio in un ambiente moderno, o un arredo più classico per un effetto vintage.

Non ai posteri, ma a voi l’ardua sentenza 🙂

 

Progetto dell’Architetto Michael Sorgato. Foto a cura di Luigi Guarato.